La “Festa di San Giuseppe” di Sara Favarò: un emozionante percorso alla scoperta delle origini del culto del padre di Gesù

(di Manuela Zanni) La figura di San Giuseppe come sposo e padre modello da sempre ha affascinato molti scrittori che si sono documentati sulla storia della sua vita trovando in essa le radici della sua fede, dei simboli e dei riti legati a questa grande figura di uomo esemplare.Tra questi si distingue la scrittrice Sara Favarò insignita lo scorso 13 marzo del Diploma Honoris Causa in Scienze della Comunicazione dall’Accademia di Sicilia e autrice, tra i tanti , del libro “La festa di San Giuseppe. Origine, riti, fede e simboli.

Sulla  figura di San Giuseppe e sul culto a lui legato  esistono infinite  versioni , persino in merito all’età che egli avesse al momento della nascita di Gesù . Su questa e tante altre questioni si è interrogata la scrittrice Sara Favarò che dopo attente ricerche ha rielaborato il frutto del loro esito in un testo snello e dalla lettura scorrevole “La Festa di San Giuseppe” in cui riesce a far luce su tanti punti oscuri o poco noti della affascinante figura di Giuseppe, padre di Gesù e marito di Maria, ma soprattutto uomo in carne ed ossa.

Il 19 marzo la Chiesa celebra San Giuseppe. Il popolo tributa grandi onori al Santo con manifestazioni che vanno dai falò alle “tavolate”, dalle processioni falliche a quelle della “Sacra Famiglia”, dalle semplici orazioni ai Rosari e alle Novene, dalla produzione e distribuzione del pane alla preparazione di cibi cerimoniali. Molti devoti danno il nome Giuseppe ai loro figli anche se, talvolta, non sanno di ubbidire ad un atavico rituale. Gesti, riti, fede che non sono frutto di spontanea e semplice fede popolare, ma diretta emanazione di un documento scritto secondo il quale sarebbe stato proprio Gesù, il figlio “prediletto” di Giuseppe, a dare indicazioni su come onorare degnamente la memoria del padre putativo.

San Giuseppe, con la sua morte,  assurge a simbolo di padre buono che lascia tutti i suoi figli orfani e proprio per consolare dal dolore del lutto , i fedeli del Santo usano  ricordare  la sua morte preparando cibo da offrire agli orfani. Questi cibi non venivano preparati nella casa in cui si allestiscono gli altari o tavolate bensì in quelle dei vicini che vogliono fare “ u conzulu”. Inoltre offrire cibo ai poveri nel giorno di San Giuseppe, secondo alcuni sarebbe una sorta di riscatto per il torto subìto da Giuseppe e Maria  che durante il loro viaggio a Betlemme non furono accolti e rifocillati bensì abbandonati al loro destino.

Giuseppe, inoltre, è  un Santo  rappresentato nell’iconografia cristiana con barba e capelli bianchi e che, secondo il racconto dell’apocrifo Storia di Giuseppe il falegname, visse centoundici anni e che non morì il 19 marzo ma il 26 del mese di Epep, giorno della resurrezione di Osiride e capodanno per gli antichi Egizi.

In realtà la presunta  vecchiaia di San Giuseppe  non convince alcuni cristiani a cominciare  da Papa Giovanni Paolo II, uno degli uomini del cattolicesimo più amato dai fedeli, poiché in realtà la senilità “spoglierebbe” la castità di Giuseppe nei confronti della moglie Maria del vero significato di rinuncia . Tra le chicche di questo studio anche il testo integrale di “Dolori e allegrezze di san Giuseppe” tratto dalle Massime Eterne di S. Alfonso de’ Liguori e pratiche devote del cristiano, pubblicato per la prima volta nel 1728, e alcune immagini votive della collezione di Giuseppe Pitrè.”

Manuela Zanni

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