Luigi Moio “Vi insegno ad ascoltare il respiro del vino”

 (di Manuela Zanni) Il vino è una invenzione dell’uomo. La più frivola, volendo, poichè non ha uno scopo specifico. Senza l’intervento umano il “succo d’uva” non avrebbe sicuramente l’appeal, sempre crescente, che mostra di avere non solo tra esperti del settore e addetti ai lavori ma anche, e soprattutto, tra gli appassionati e i cosiddetti winelovers.

Il vino, infatti, è arte, piacere, edonismo ecco perchè non è tollerabile che un vino non sia buono ma anche e, soprattutto, bello. Come bello deve essere tutto ciò che gravita intorno al caleidoscopico mondo enologico. La bellezza del vino, dunque, è una sua caratteristica fondamentale. Quella dalla quale non si può proprio prescindere.
Ma proprio per questa sua particolarità il vino,  attrae naturalmente tutti ma,  in realtà, non sempre è comprensibile da tutti. Per riuscire ad avvicinare un pubblico quanto più ampio possibile ad un mondo in molti casi ostile, come spesso è quello enoico, è fondamentale che un bravo comunicatore soddisfi l’interesse del consumatore attraverso notizie date con competenza, senza però spaventare l’ascoltatore ma coinvolgendo la sua attenzione e la sua curiosità.  La comunicazione è, infatti, servizio verso il prossimo, ovvero mettere a disposizione del pubblico le proprie conoscenze ed esperienze.
Alcune nozioni che il divulgatore dà per scontate non vengono invece recepite correttamente dall’ascoltatore e, parliamoci chiaro, alcune non sono neanche particolarmente interessanti come, ad esempio, percentuali, unità di misura, sostanze chimiche, solo per citarne alcune.
Chi comunica il vino, perciò, deve necessariamente mettere in discussione le proprie competenze, avere un approccio umile e misurare frequentemente le proprie capacità di comunicazione. Solo così potrà trasmettere il bagaglio di conoscenze ed informazioni riguardanti la storia del vino, i vitigni, la tecnica enologica, divulgando, oltre che conoscenze sul vino, uno stile di vita in cui l’assaggio sia esperienza diretta delle nozioni apprese.
Ad insegnare come comunicare nella maniera corretta il vino ci ha pensato il professor Luigi Moio, ordinario di Enologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, presidente della Commissione tecnologia dell’OIV, consulente enologico affermato nonché  studioso appassionato di ricerca  scientifica  che, ad un certo punto della propria carriera,  si è accorto che  parlare di vino ad un pubblico più vasto di “non addetti ai lavori”  ha sempre riscosso un grande successo in termini di attenzione grazie alla semplicità del linguaggio utilizzato che non va confusa con la scarsa qualità delle nozioni trasferite.
Da questa “intuizione” alla decisione di scrivere un libro in cui raccontare il vino a partire dal suo “respiro” il passo è stato davvero breve. Nasce così “Il respiro del vino”, un trattato scientifico che è un compendio di studi, ricerche e articoli pubblicati su riviste scientifiche di settore che, tuttavia, utilizza un linguaggio fruibile ai più  arricchito anche da aneddoti, una corposa parte narrativa e i disegni dell’illustratrice Ada Natale  che, attraverso l’utilizzo di immagini e di esempi semplici e divertenti,  ha voluto dimostrare come si possano trasmettere dei concetti assolutamente tecnici cercando  nuovi modi di raccontare il vino e le sue basi scientifiche. Si tratta di un libro unico nel suo genere perché affronta in maniera capillare e approfondita tutti gli aspetti legati agli aromi del vino e lo fa richiamando alla memoria profumi che sono imprigionati nella memoria che crediamo di aver dimenticato ma che sono fondamentali per aiutarci nella degustazione. Verità, semplicità e chiarezza. Sono queste le parole chiave del bravo comunicatore proposto da Moio che sarà così in grado di padroneggiare l’informazione traducendo messaggi anche molto tecnici in maniera comprensibile ad un pubblico che tecnico non è (né aspira ad esserlo) unendo precisione nella trasmissione dei contenuti alla curiosità verso quello che si racconta.
“Il respiro del vino è la sua essenza che va oltre il semplice profumo perchè è qualcosa che lo rende vivo. Un vino che non ha profumo, quindi, è morto-così spiega Luigi Moio – inoltre l’olfatto tra i sensi è quello che ci fa dare un significato al cibo e a tutto quello che ci circonda. È per questo che il profumo è la parte più importante del vino.
Tuttavia, proprio il profumo del vino è quello che da sempre suscita perplessità (al punto da far nascere anche delle simpatiche e divertenti parodie legate al mondo della Sommelerie ) perchè non è mai abbastanza chiaro, soprattutto per i neofiti, fino a che punto sia vero che all’interno di un bicchiere di vino vi possano essere profumi e aromi  così diversi e complessi. In realtà è proprio così e Moio nel suo libro lo spiega in maniera davvero scientifica distinguendo i vitigni in due macrocategorie: solisti e orchestrali. Utilizzando termini mutuati all’ ambito musicale, i primi sono riconoscibilissimi e riescono da soli a ” tenere la scena” i secondi invece da soli sono ” meno talentuosi” e acquistano valore solo se ” suonano” insieme ad altri. Esempi di vitigni solisti sono il Moscato, l’Uva Fragola, il Cabernet sauvignon, il Pinot Noir, il Nero d’ Avola, il Riesling, solo per citarne alcuni. Mentre Chardonnay e Merlot sono definiti da Moio due “misteri” perchè sono riconoscibilissimi pur non essendo costituiti al loro interno da molecole non riconoscibili. Non tutte le molecole infatti sono odorose.
“Bisogna ridurre la confusione che c è intorno al vino- ha tuonato sicuro Moio e ha proseguito – la Francia è maestra in questo e noi abbiamo tutto da imparare da questa terra che ha fatto della bellezza del vino il leit motiv delle etichette prodotte in questo territorio-e ancora spiega Moio – nella degustazione del vino tutti i sensi sono coinvolti innanzitutto perchè non si possono scindere gli uni dagli altri e poi perchè anche il suono della bottiglia che si stappa fa parte della nostra percezione del vino che andremo a bere e della sua corrispondenza rispetto alle nostre aspettative”.
Dalla passione del Professor Moio per la Borgogna, dove ha vissuto per un lungo periodo, nasce la sua ammirazione per la Francia e i suoi vini belli oltre che buoni che ha deciso di “copiare” facendo della creazione di grandi vini che siano la purissima espressione dei cru d’origine il suo progetto di vita iniziato nel 2001.Nasce così nel cuore dell’Irpinia, a Mirabella Eclano, areale della DOCG Taurasi, Quintodecimo, 15 ettari di vigneti suddivisi tra i principali vitigni autoctoni della Campania: Aglianico, Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Falanghina che si “traducono” in sei vini, 3 rossi e 3 bianchi, tutti caratterizzati dall’equilibrio e dalla perfetta rispondenza con il terroir da cui nasce l’uva che li ha generati nel pieno  rispetto del terreno, del microclima, della pianta e della biodiversità del luogo.
Quintodecimo è la testimonianza più limpida e autentica di tutti gli insegnamenti profusi negli anni in ambito enologico nonché la sintesi ambiziosa di tre mestieri , quello di ricercatore, di docente e di enologo che convivono perfettamente nella stessa persona arricchendosi reciprocamente.
Nella cantina, di piccole dimensioni e scevra da particolari metodi tecnologici,  si producono 50mila bottiglie l’anno, di assoluto pregio, ottenute solo dai grappoli migliori di uve coltivate “maniacalmente”. Ciò permette di non utilizzare anidride solforosa durante l’ammostatura per le uve rosse. Per la coltivazione vengono utilizzati metodi di agricoltura biologica senza l’uso di prodotti dannosi per la pianta, per l’uomo e l’ambiente, né diserbanti o concimi mentre la lavorazione del terreno è completamente meccanica e la fertilità del suolo avviene tramite inerbimento, trinciatura, sovescio.
L’obiettivo, raggiunto e mai abbandonato, di Luigi Moio era ed è, dunque, produrre vini di grande qualità anche nel sud Italia partendo da vitigni autoctoni proprio come avviene in Francia dove, secondo Moio,  esiste il mondo enoico da lui  sempre sognato fondato sulla viticoltura di qualità piuttosto che sulla cantina e sulle pratiche enologiche, mentre in Italia, soprattutto  in passato,  si dava più attenzione alla trasformazione, trascurando la cura dell’ingrediente principale del vino ovvero l’uva.
La vera  sfida per tutto il mondo del vino che oggi fa informazione è, dunque, individuare una comunicazione che tenga presente l’eterogeneità della platea e che faccia della verità e delle correttezza i propri punti di forza. Solo così si potrà essere credibili agli occhi dei consumatori, ampliando il proprio bacino d’utenza e diventando una voce del settore seria ed affidabile.
Non dobbiamo, in fin dei conti, mai dimenticare che bere un bicchiere di vino, infatti, è un’esperienza emozionale unica che, indipendentemente dai tecnicismi e dalla ricerca di verità assolute, caratterizza il singolo individuo che in essa veicola il proprio bagaglio esperienziale che è suo e solo suo e, in quanto tale, non può appartenere a nessun altro. Chi produce, beve e racconta il vino, dunque, non ha davvero bisogno di inventare nulla poiché, per sua stessa natura, è un mondo tutto da raccontare.

 

 

 

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